Alluvione di Firenze del ’66. Fra tragedia e solidarietà – Cecilia Dalla Negra

Tra il 3 e il 5 novembre del 1966 le acque del fiume Arno inondano la città di Firenze, in quella che è ricordata come una delle peggiori alluvioni della storia. Gli angeli del fango arrivano da tutto il mondo, per salvare il patrimonio artistico del capoluogo toscano.

LE PIOGGE: Piove oggi come pioveva allora, in novembre, sull’Italia. L’autunno arrivava con il suo clima uggioso, e si rivelava infausto e traditore per molte città del paese, punendo in modo particolare Firenze, e il suo patrimonio culturale. Pioveva il 3 novembre del 1844, quando la prima grande alluvione colpiva la culla rinascimentale adagiata lungo il fiume. Piove oltre un secolo dopo, ma nello stesso giorno, nel 1966. Le pareti cittadine diventeranno una targa alla memoria di ciò che è stato: tra le tante lapidi che riportano le più famose terzine dantesche, compariranno in giro per i vicoli quelle strette e lunghe, con un solco in mezzo a indicare: l’acqua quel giorno arrivò fin qui. Il 3 novembre del ’66 la pioggia sembra non smettere mai di cadere. L’acqua viene giù come iddio la manda e su Firenze sta piovendo a dirotto, ininterrottamente, da quasi tre giorni. Nel centro storico, intanto, tutto è pronto per la festa delle forze armate che si festeggerà la sera dopo, nonostante il diluvio. Sulle televisioni in bianco e nero dei fiorentini c’è la tribuna politica del Pci, con Luigi Longo che arringa gli spettatori, e il rapporto ministeriale sullo stato delle forze armate, per la ricorrenza del giorno seguente. Nelle stanze di Palazzo Vecchio, sede dell’ amministrazione comunale, c’è altro a cui pensare che non all’acqua che cade, incessantemente, su tutta la Toscana. Ma a notte, quando la città riposa e gli allarmi iniziali sono caduti nel vuoto, gli argini dell’Arno sembrano troppo gonfi, il livello del fiume spaventosamente alto. Nelle campagne tutto intorno a Firenze, i torrenti sono già straripati: i contadini sono in piedi sui tetti delle case nel Mugello. Poi, alle 24.00, l’Arno straripa: invade il Casentino e il Valdarno, si abbatte sull’autostrada del Sole e la spezza, inonda Incisa, Rignano, Pontassieve, Figline. Le prime vittime vengono portate via dalla furia gonfia del fiume.

IL 4 NOVEMBRE: Da lì è un attimo perché l’acqua, correndo, arrivi fino alla piccola culla di Firenze. È un conca che la accoglie e i fiorentini se ne lamentano sempre. Il clima è umido, perché è avvallata in mezzo a colli che non la lasciano respirare: l’acqua, correndo dalle campagne, troverà nella sua forma accogliente una risacca in cui stagnare e distruggere, insinuandosi ben oltre i sotterranei della città. È il parco delle Cascine, con i suoi tanti cavalli custoditi nelle scuderie, il primo a venire inondato: da lì la reazione a catena nelle belle fognature, che sono ancora quelle del Granducato, è rapida e inesorabile. Santa Croce, via de’ Benci, la sede de La Nazione, in via Paolieri, dove morirà nel fango anche il custode del palazzo. Partono le telefonate, allarmanti, al ministero degli Interni di Roma. La situazione, sino alla fine, sarà terribilmente sottovalutata. Acqua sui ponti storici, che invade i lungarni e giù fin dentro i vicoli di Oltrarno. Nelle botteghe di Ponte Vecchio – l’unico scampato ai bombardamenti della guerra gli orefici tentano di mettere in salvo i patrimoni, minacciati dalle acque che intanto sono arrivate ai primi piani delle abitazioni. Alle prime ore del mattino il fiume compie la sua tragedia culturale: con la piena sono invasi i locali della storica Biblioteca Nazionale, adagiata a pochissimi metri dagli argini del fiume. Sono le sette del mattino quando il caporedattore della sede Rai di Firenze, Marcello Giannini, durante il giornale radio convince Roma che forse la situazione è peggiore di quanto si creda: cala il microfono fuori dalla finestra della redazione, in Santa Maria Maggiore: Lo sentite da Roma questo rumore? Non è il fiume ma via Cerretani, il centro storico di Firenze che è invaso dall’acqua. A mezzogiorno la popolazione che cerca di mettersi in salvo è intorno al carcere delle Murate, a via Ghibellina i detenuti, che temono di rimanere intrappolati, vengono aiutati dai cittadini a salvarsi la vita. La contingenza, che solitamente fa l’uomo ladro, in quell’occasione mette a sedere negli stessi salotti normali cittadini e carcerati che, passata l’emergenza, per la gran parte si consegneranno spontaneamente alle forze dell’ ordine per finire di scontare la propria pena. Alle otto di sera, quando l’emergenza si placa, l’acqua ha ormai toccato i 6 metri di altezza.

LA SOLIDARIETA: Se c’è una cosa, oltre all’acqua, che Firenze ricorderà di quel terribile novembre del 1966, è la solidarietà capace di arrivare da ogni luogo del mondo. I bagnini della Versilia, che più tardi

entreranno negli sketch di comici famosi, arrivano con pattini e gommoni per dare il proprio aiuto. Intanto l’Arno continua la sua corsa, invadendo quelle campagne sino a quel momento scampate. Ma l’alluvione di Firenze sarà, in qualche modo, anche l’occasione di riscatto per i giovani ribelli di tutta Italia: perché se ragazzi vestiti in modo buffo arriveranno da tutto il mondo in soccorso della popolazione ma soprattutto del patrimonio artistico rovinato dalla piena in Italia saranno soprattutto i ‘fricchettoni’ pronti alla rivolta quegli ‘angeli del fango’ che per giorni, instancabilmente, si riuniranno in lunghissime catene umane per salvare dalla melma i preziosi volumi della Biblioteca Nazionale, o le tele del museo degli Uffizi. Perché se il fascino di Firenze risiede proprio nel suo essere adagiata, elegante, lungo gli argini di un fiume che di solito sonnecchia placido, la sua cattiva sorte sarà in quel novembre proprio la vicinanza dei palazzi d’arte a quelle stesse acque. Le sale del museo degli Uffizi e della Biblioteca saranno le prime ad essere colpite, e ancora oggi, fra i banchi dei mercati di antiquariato e chincaglierie, si trovano quei libri alluvionati in vendita per pochi spiccioli, che furono il patrimonio di un’Italia impreparata ai disastri naturali. Quella delle giovani e immense catene umane, rimarrà una delle immagini più belle conservate dalla storia di questo paese.

 

I DANNI: Firenze, fra le tante, fu solo la più duramente colpita. Furono sommersi il Veneto e il Friuli, il Polesine e in Trentino, con tutte le loro campagne. Ma sarà il capoluogo toscano a imporsi come simbolo della disgrazia, ma soprattutto della solidarietà incredibile che fu capace di scatenare. E chissà se oggi, nelle stesse condizioni, la risposta popolare sarebbe ancora la stessa. Certo è che i fiorentini, come è proprio della loro natura, furono capaci di ironizzare anche sulla tragedia. ‘Icché si fa oggi? Sci d’acqua? dirà lo storico Perozzi in “Amici miei atto II” monumento alla fiorentinità colpita duramente dall’alluvione, che arriva anche sulla pellicola di Mario Monicelli. Numeri pazzeschi quelli dell’alluvione in Toscana, dove in meno di 24 ore le precipitazioni ammontarono a oltre 190 millimetri d’acqua, su una media annua che ne contava 921. Dopo tre giorni di piogge incessanti, su Firenze erano caduti in tutto 250 milioni di metri cubi d’acqua, di cui oltre metà provenienti dal solo corso dell’Arno. Relativamente poche le vittime per un disastro che poteva essere ben peggiore: 34 in tutto, di cui 17 solo a Firenze. Scolpite nella memoria saranno invece le perdite del patrimonio artistico e culturale: migliaia di volumi mangiati dall’acqua e persi nel fango, manoscritti, rarissime opere di stampa. Il Crocifisso del Cimabue, una delle più importanti opere pittoriche di tutti i tempi, sarà perduto per l’80%, nonostante i restauri. Le formelle del Ghiberti divelte dalle belle Porte del Paradiso del Battistero, in piazza del Duomo. I restauri che saranno messi a punto negli anni seguenti, porteranno gli opifici fiorentini all’apice dell’eccellenza nel campo della tecnica, con lo sviluppo di nuove tecnologie e il recupero di gran parte del patrimonio artistico e culturale della città. E mentre nei giorni successivi le attività economiche e le osterie faticosamente riaprivano i battenti, fra insegne scherzose “oggi specialità in umido” e “prezzi sott’acqua”, comparve in più di un’insegna e solidarietà condivisa, per la Messa di Natale arrivava papa Paolo VI, ad officiare dentro quella cupola di Santa Maria del Fiore, sino a poco prima sommersa dal fango.

 

Cecilia Dalla Negra

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