Jones Ghiselli, contadina

L’acqua è arrivata che era presto, le quattro e mezza. Un ragazzo ha detto che s’erano rotti quattro fiumi. Le mucche erano nell’acqua fino alla pancia. Mio figlio ha tentato di portarle in salvo ma è caduto con una mucca in un fosso, la mucca è andata giù e lui ha fatto appena in tempo a saltar via. Aveva l’acqua al petto quando è tornato in casa. Le mucche a star con le mammelle all’addiaccio hanno perso tutto il latte. Prima ne facevano ventotto chili ora ne faranno sì e no due. Anche del fieno ce n’è rimasto pochino. Dopo un po’ di giorni è venuto uno e ha detto: quando non c’è persone né bestie morte che volete. Ma come, è andato via il concime, è sparito il vino, lo domandi al Borselli, e quello dice che non è successo niente.

Non piango nemmeno se mi stirano, non mi riesce, ma sono tutta una scossa di nervi, e non mi tiene nessuno. In camera c’era solo il pane e il coltello, mia figlia s’è messa a gridare, per poco non butto dalla finestra anche lei.

L’acqua era sotto il tetto. Mio marito ha scritto a Firenze, al conte Bini, perché ci dasse qualcosa, il podere è suo. Non ha nemmeno risposto.

Concio se n’è andato, le damigiane sono a gambe all’aria. Mi volevano pagare i vasi del vino. No, dico, mi dovete pagare il vino, i vasi non costano niente.

Questo podere è il più fondo, l’acqua qui c’è rimasta una settimana, e si è più nudi e crudi di prima. La paniera del pane girava per la casa, l’orologio antico è rovinato, la mobilia si stacca a pezzi, il pavimento cede. È la solita storia, danno da mangiare a chi ha già mangiato. A valutarci i danni è venuto un architetto. Magari a guardare le strade mandano il fattore.

Comunque senza andare a Prato e a Firenze ci si poteva aiutare in paese. Perché di là dall’argine non hanno avuto niente. A volte può bastare il paese stesso. Invece mi hanno detto che a dire certe cose ero una bischerona. Sono venuti i vigili a portarci via con la barca dalla finestra. Siamo tornati in casa dopo dodici giorni, ma mio marito è stato via con le mucche salve e la figliola per un mese.

È andato in via Gora, sotto una capanna, era sempre bagnato fradicio.

Ora si lega tutto fuori, botti carrette, anche la legna. Non si sa mai, potrebbe tornare l’acqua. Mio marito è tanto disperato. Quando vede che le cose vanno sta zitto, quando un affare non lo fa si sfoga con noi.

Siamo stati da conoscenti e ci hanno trattato bene. Se ho la fortuna di campare gli mando uova e polli. Il maiale è andato.

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Dino Faltoni, artigiano

Sono stato in casa tutto il giorno e sabato sono uscito fuori, ad aiutare chi aveva bisogno. Una mano qui, una mano là, e poi sono entrato anche in qualche negozio di generi alimentari e ho portato via un po’ di roba; sa, altrimenti andava tutta a male.

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Giulio Carnesecchi, piazza dei Giochi

Giulio Carnesecchi, piazza dei Giochi

Paratie alle porte per limitare l'acqua dell'Arno dell'alluvione di Firenze
Paratie alle porte per limitare l’acqua dell’Arno

Dal primo piano della casa di fronte mi hanno detto di star calmo e di aggrapparmi alla colonna. Mi hanno buttato una corda quando già avevo l’acqua alla gola, e così mi hanno tirato in salvo. Dopo un’ora ero io che dovevo aiutare loro a portare la roba al piano di sopra perché l’acqua continuava a crescere e stava per entrare dalla finestra.

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Vanna Piacentini Caldei, piazza Santa Croce

piazza Santa Croce
piazza Santa Croce

Telefono ai miei cognati. Li informo. ” Ma sei pazza! “, rispondono. Abitano nel viale dei Mille.

Elio: Cerca di rintracciare tuo fratello, è per la macchina, visto che il negozio è bell’andato “. Ritornata in cucina vedo l’acqua che lambisce il davanzale.

piazza Santa Croce

Passavano tronchi lunghissimi. Avevo paura che battessero contro il balcone e lo danneggiassero.

Passavano anche mobili, portoni, manoscritti. E a una certa ora un fiume di nafta. Il puzzo era così forte da essere irrespirabile.

Dissi: ” Forse è il giudizio universale “.

E mi ripre­cipitai al telefono.

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Alfredo Melati, ortolano

La batosta è stata grande anche per me. Ho perso tutto quello che avevo in magazzino. Ma ho ancora la casa e questo vuol dire tanto. Quelli che hanno avuto l’acqua in casa, invece, disgraziati! Creda a me. A tutto c’è rimedio. Ma quando uno non ha più la casa… sarebbe meglio affogare. La terra era nera.

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Ines Daini di 88 anni

Dopo mezzogiorno siamo andate al piano superiore perché l’acqua saliva. Siamo state tutto il giorno alla finestra a vedere l’acqua crescere; mi ha fatto impressione la roba portata via dalla piena. Da quel giorno non sono più uscita. Sono caduta due volte per via del buio. Sa, ho ottantotto anni. I primi giorni ci hanno portato da mangiare da fuori. Dopo, è uscita la mia figliola. I primi a portarci la roba sono stati i nostri parenti. Ricordo i muri bagnati, il nuvolo del cielo in quei giorni tanto lunghi.

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Sergio Salvadori, operaio tessile

Quattro ore sul tetto della fabbrica. Mica avevo paura. Ridevo. E non pensavo nemmeno a mia mamma. In quei momenti si pensa solo alla buccia.

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Angelina Farruggia, via della Mattonaia

Il giorno dell’alluvione volevamo fare la spesa. L’acqua entrava nel piano di sotto dalla terrazza. Il ragazzino diceva:

“Non è niente, non è niente”.

Passavano libri e oggetti vari. A un tratto dei gridi: ” Aiuto! aiuto! affogo! “.

” Pierino, vai a vedere “, ho detto io. Pierino è il ragazzino, e insieme a un altro è andato a salvarla. Chi? La padrona di casa che abita al pianterreno. Ho passato la notte in bianco seduta in poltrona. Come piangeva il ragazzino. Ho perso tutto, tutto. La macchina era sparita dentro il fango. Povero figlio mio. L’aveva comprata un anno fa. Passavano con le barche. ” Aiuto! aiuto! “, dicevamo. Macché. ” Abbiamo una bambina di dieci mesi! “. Niente. E l’acqua saliva. E l’incendio della profumeria? Le fiamme alte.

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