Piero Magi: L’uomo e il fiume

In quelle prime ore tutto metteva addosso una struggente cu­riosità: il termosifone acceso, l’acqua che sgorgava dalla can­nella, gli interruttori della luce. Era bastato un giorno per perdere ogni contatto con la vita civile.

Non dimentico l’impressione che provai entrando nella sala consiliare trasformata in un magazzino di viveri e vestiario: fu come ricevere un respiro caldo in viso. I radiatori erano al minimo e tanto sembrava di soffocare. Cadeva una pioggia fitta, avevo in bocca il sapore del fango. Sbucare dalla notte fioren­tina e arrivare fra le luci di Prato era come attraversare un muro di paura, come svegliarsi da un sonno angoscioso. ha città, come l’ho vista in quelle prime ore — si era concen­trata nella grande sala del consiglio comunale, libera dall’ingom­bro dei tavoli e degli scanni. Si poteva anche bere e scaldarsi le mani; perfino lavarsi, si poteva. Un indescrivibile conforto. Ero col mio collega Paoli della redazione pratese. Lo avevo incontrato a Firenze: teneva in una mano un articolo di giornale e nell’altra un pacco di medicinali. C’era bisogno di tutto: di articoli da mandare in tipografia ma anche di cose da mangiare, di coperte, di medicine.

A me sembrava d’essere indescrivibilmente sporco, incrostato di fango dalla testa ai piedi. Entrò il sindaco Vestri seguito dall’ ingegnere Veronesi e dovetti mutare opinione sul mio stato. C’era clima da retrovia. Un andirivieni convulso: ognuno il suo

compito. Si udivano, di tanto in tanto, degli ordini. Chi pas­sava con in braccio una cesta di pane, chi trasportava pesanti bidoni d’acqua. I telefoni con Firenze erano interrotti: bisogna­va regolarsi sulle notizie delle staffette, seguire il racconto dei messaggeri che arrivavano e ripartivano, risucchiati dalla notte fiorentina, desolata e putrida.

Prato era un’isola: ma non un’isola felice. Viveva anch’essa il suo dramma: campagne allagate, intere popolazioni tagliate fuori dal mondo, lo spettro dell’Ombrone che rompeva gli argini, il rigurgito dell’Arno che sommergeva i campi e il Bisenzio gonfio e minaccioso.

Ho vissuto i giorni dell’alluvione tra il fango di Firenze e la frenesia di Prato: fra la città moribonda e la città che dispera­tamente, con affetto ineguagliabile, le portava ossigeno e con­forto. Questa non è una cronaca di quegli avvenimenti dram­matici: vuol’essere soltanto il ricordo di ore passate insieme a uomini veri che avevano deciso, tacitamente, di mettere da parte le formalità, i crucci della politica, la ruggine dell’orgoglio personale, per ritrovarsi schierati contro la solitudine e la di­sperazione, nemici di quelle ore memorabili. La lotta era tor­nata violenta e primitiva: l’uomo e il fiume. Ho visto una città raccogliersi intorno al suo gonfalone comu­nale: tutti gli uomini validi, le donne, i ragazzi. Una coalizione che non teneva conto delle divisioni di classe e di credo. Co­munisti, preti, industriali, studenti. “Se vi occorre l’automo­bile — dicevano alcuni — è giù. Potete prenderla”. E conse­gnavano le chiavi della “Mercedes”, sporca che sembrava uscita allora dalle fogne municipali perché era già al suo terzo viaggio per Firenze carica di coperte, materassi e bottiglie di latte.

“Favola è sotto!”, gridava una staffetta trafelata. E via una spedizione di volontari verso Favola. “L’Ombrone ha rotto a Lecore”, annunciava un altro corriere. E via una seconda squadra in direzione di Lecore.

Venivano brutte notizie dalla periferia; e tuttavia Firenze continuava ad essere la spina più dolorosa nel fianco dei pratesi. Forse mai come allora Prato deve aver sentito di amare la città vicina, al di là dei motivi polemici, della rivalità covata nei po­meriggi domenicali, agli stadi o al caffè. In ogni colonna di viveri (muovevano ora dal Comune, ora dal centro di raccolta organizzato dagli industriali, ora dalla sede di qualche associa­zione di categoria mobilitata nel giro di poche ore); in ognuna di queste spedizioni di amicizia, sembrava di ritrovare, a me che non sono di Firenze né di Prato, ma le conosco entrambe, certe immagini di un Malaparte riscoperto lì per lì; magari intempestivo perché non erano certo momenti per divagazioni letterarie, ma vivo e chiarificatore come non mai. “Brava gente — diceva — i miei pratesi, che hanno il cuore grande quanto la bocca, aperta per dire qualche magni­fico strafalcione o tirar già un par di marianne per rinsaldare il discorso”. A me è parso che i pratesi abbiano affrontato quei giorni di cataclisma nello stesso modo e con lo stesso spirito con cui sono abituati a lavorare. Col Comune, cioè, che faceva l’impannatore e distribuiva il lavoro a questo e a quello, E tutti, di buona lena, a tirar giù coperte e medicinali, latte e disinfettante, in luogo delle pezze e delle matasse, perché il bisogno era tanto e il committente, questa volta, non era né tedesco né sudamericano, ma il buon Dio in persona, che met­teva alla prova un’altra produttività pratese: quella della soli­darietà umana.

Il punto nevralgico, dicevo, era la sala del consìglio comunale: un magazzino diretto dal sindaco in persona, un comando di retrovia organizzato dagli assessori e da tutti i consiglieri. Si mettevano insieme aiuti d’ogni specie e si raccoglievano idee, poche e chiare, essenziali in quel momento quanto le scatole di latte destinate agli ospedali fiorentini o le brande metalliche per la gente di Lecore e di Tavola.

Non ho capito da dove saltasse fuori tutta quella ricchezza: occorrevano mille bottiglie d’acqua minerale e, dopo mezz’ora, le mille bottiglie erano allineate sul pavimento. “Mandateci ottanta quintali di latte fresco” telefonavano i fiorentini per gli unici fili rimasti ancora in piedi; non passava un’ora e gli ottanta quintali viaggiavano sull’autostrada verso la melma di Gavinana o la desolazione di via De’ Neri. Chi come me, faceva la spola incontrava spesso le colonne dei soccorsi pratesi. Si riconoscevano subito. Erano le uniche capaci di forzare i blocchi militari, con o senza il permesso dell’autorità, e di arrivare a destinazione, nelle zone più colpite, senza dover burocratizzare tutto, perfino la pietà. Potevano farlo soltanto loro, i pratesi, lisci, è vero, come i sassi del Bisenzio, ma capaci di dire a voce alta, in piazza, ciò che gli altri italiani tacciono o si sussurrano fra loro. Perché son “beceri”, diceva Malaparte, non per il fatto che lavorano gli stracci ma perché non hanno paura di parlare come pensano, mentre tutti gli altri, in questo ineffabile paese, pensano come parlano. Ed eran giorni, quelli, per piangere o “bociare”. I pratesi hanno “baciato” e le cose si sono mosse.

Anche all’ ospedale la mobilitazione era completa. Il presidente Montami firmava i buoni di scarico con la sinistra perché aveva il braccio destro rotto. Troncato, diceva lui. Il sindaco Vestri e gli assessori in giacca a vento e stivaloni da trote, gli industriali (con Silvio Giannini che aveva preso dimora stabile in un carro cingolato dei bersaglieri) impegnati in una massiccia sottoscrizione; e la gente qualunque, la gente minuta, gli operai: Prato era rimasta all’asciutto e pensava a tutti coloro che in quel momento erano preda della fiumana. Firenze aveva trovato, nella città vicina, il suo soccorso. Porse, senza Prato, il disagio sarebbe stato maggiore, avrebbe durato più a lungo.

E nessun pratese, ch’io sappia, ha mai chiesto per questo sa­crificio, che ha messo a dura prova i nervi e il portafoglio, alcun riconoscimento particolare. Una volta che mi son permesso di lodare una iniziativa presa per gli alluvionati, mi son sentito dire che i pratesi non volevano bandiere ma qualche autocarro in più per portare viveri ai fiorentini e medicinali alla gente di Pecore che rischiava la polmonite o il tifo. Non hanno avuto, infatti, nessuna bandiera. Sarebbero stati capaci di buttarla sul mucchio e di selezionarla col resto degli stracci. Hanno un carattere d’inferno e un cuore grande come la bocca quando l’aprono per dire qualche magnifico strafalcione o tirar giù una giaculatoria.

Che è presso tutti i Toscani, e i pratesi in particolare, un modo come un altro per raccomandarsi alla divina provvidenza.

Piero Magi

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