Gemma Palloni, aita moda

Mi sono affacciata alla finestra alle otto e mezza: Le automobili stavano scomparendo sotto l’acqua. Un’ora dopo per la strada c’erano i cavalloni. Sono uscita di casa e sono salita al pianerottolo del primo piano con un guanciale e una seggiola. Ci sono stata due ore, poi, visto che non veniva nessuno, sono andata a bussare a una porta e ho detto: ” Aiutiamoci “.

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Diario di un’alluvione: Firenze 1966 – Ottavio de Manzini

…sono di servizio e gli Ufficiali che rientrano dal Circolo parlano di gravi danni causati dal maltempo un po’ in tutta Italia. In effetti piove da troppe ore.

Verso sera le notizie si fanno più allarmanti, anche il Piave in più punti ha rotto gli argini; i miei genitori abitano da quelle parti, ma non riesco a telefonare.

È stata sospesa la libera uscita. L’organizzazione dei primi soccorsi è stata affidata al Cap. Santonicola, mi presento a lui e chiedo di essere impiegato. Dapprima non sembra possibile, poi mi trovano qualcosa da fare: andrò a portare letti in Friuli per gli alluvionati.

È buio ormai, alla porta centrale della caserma mi compilano il foglio di viaggio, poi usciamo coi camion e andiamo a ritirare materassi e coperte ai magazzini della CRI di Verona. A mezzanotte il carico è completato, abbiamo il permesso di usare l’autostrada per Padova. Usciamo a Mestre, dove il traffico è scarso ma è difficile comunque attraversare il centro senza disperdere l’autocolonna. Sulla Mestre-Treviso invece c’è un viavai di automobili e camion, alla luce dei fari vedo la campagna in buona parte coperta d’acqua. Al Ponte della Priula l’acqua del Piave lambisce le spallette del ponte e riempie le arcate. Sono le quattro, facciamo una sosta in un bar e chiediamo informazioni a due agenti della Stradale distrutti dalla fatica. Riesco a telefonare a casa e mi tranquillizzano. A Conegliano la strada è intasata da mezzi militari, lasciamo la statale e proseguiamo per Torviscosa, che è la nostra meta; i camion posteggiano in Piazza, di fronte alle scuole dove scaricheremo i letti. Vado a piedi fino alla caserma dei Carabinieri per le pratiche di consegna: il Brigadiere ha stivali alti di gomma ed è stanco perché` è stato in giro tutta la notte, mi riaccompagna in paese con la sua 850 e prende in consegna il materiale. Ripartiamo a pomeriggio inoltrato, dopo aver mangiato alla caserma dei Lancieri di Novara, a Codroipo. È una caserma moderna, pulitissima, con piccole camerate confortevoli e ben attrezzate: la Cavalleria, noto, conserva la tradizionale raffinatezza. Qui i sergenti allievi ufficiali sono ammessi al circolo ufficiali, c’è un’atmosfera elegante, stampe alle pareti e abbastanza cordialità anche per noi di Fanteria.

Il ritorno è particolarmente difficile: il traffico è ancora aumentato, a Mestre si sbaglia più volte percorso alla ricerca del casello autostradale. A sera tarda siamo in autostrada verso Verona, il conduttore del camion su cui mi trovo tende ad assopissi ed è difficile tenere aperti i miei occhi ed anche i suoi. Sono già quasi quaranta ore che non si dorme. Arrivati in caserma si corre a letto dopo aver fatto rapporto. Poche ore di sonno e ci sveglia l’allarme, col suo suono insistente e molesto; preparo la roba: pistola, zainetto con corredo per pulizia e un cambio di biancheria, mimetica, anfibi ed elmetto. I reparti si portano dietro cucine da campo, materassini, scorte. Mia madre mi raggiunge per telefono: ha sentito alla radio che il 67^, il mio reggimento, parte per Firenze. C’è in tutti una sensazione difficile da definire e che per me è un misto d’orgoglio, di attesa, di eccitazione.

Dopo una lunga sosta a bordo dei camion finalmente si parte. Si passa Mantova per prendere l’autostrada verso Firenze: nei paesi che attraversiamo la gente guarda stupita l’interminabile colonna di centinaia di mezzi. Agli incroci vi sono “campagnole” con lunghe antenne e ufficiali superiori che controllano il movimento. Sull’autostrada, chiusa al traffico civile, le luci posteriori rosse dei nostri camion si snodano quasi all’infinito e mi danno una sensazione di efficienza. Si fa una sosta in autostrada, ed è strano vederla così deserta e silenziosa, chiusa e buia. A sera arriviamo alla caserma dei “Lupi di Toscana”, a Scandicci, e ci accantoniamo in alcune camerate vuote, vicino alle cucine. Il mio gruppo di lavoro viene impiegato immediatamente per un turno di dodici ore in città.

Entriamo da Piazzale Michelangiolo, la città dall’alto appare buia, quasi invisibile, rischiarata solo dal riflesso di alcune fotoelettriche dell’Aeronautica che dal Piazzale sfiorano con la loro luce i tetti delle case.

Per arrivare in centro dobbiamo attraversare vie intasate di traffico e di fango. Gli automobilisti sembrano impazziti, si formano ingorghi e tutti suonano i clacson a distesa; ad un incrocio devo scendere e bloccare il traffico per far passare la colonna.

Freddo, fango e luci di fari.

Il centro storico è chiuso al traffico e ai privati, per accederai passiamo un posto di blocco di Carabinieri. Oltre le transenne inizia una città morta, buia. Molte finestre sono spalancate e scure, portoni e negozi sono aperti o sfondati, per le strade nessuno, solo qualche ombra ogni tanto alla luce di una torcia.

Tutti ci rendiamo conto che stiamo vivendo in un’atmosfera orribile, da cataclisma.

Raggiungiamo Corso Tintori, che ci è stato assegnato, e non possiamo far altro che cominciare coi badili a riempire di mota i camion con cui siamo arrivati, e scaricarli in Arno. Numerose carogne di gatti e altri animali confermano il pericolo di epidemie del quale abbiamo già sentito parlare. C’è un forte odore di marcio e di nafta, sprofondiamo fino al ginocchio e lavoriamo con le gambe a mollo (gli stivali di gomma arriveranno dopo molti giorni). Le vie sono pattugliate dai Carabinieri per timore di sciacalli che potrebbero approfittare delle case e dei negozi aperti o sfondati. Per proseguire il nostro lavoro dobbiamo spostare le automobili che la piena ha abbandonato nelle posizioni più strane. In un attimo di sosta vorrei salire le scale della Biblioteca Nazionale per vedere al lume della torcia i disegni di Leonardo che sono esposti in mostra, vedo una luce brillare alle finestre e penso che possa trattarsi di ladri; appena vedo un vigile urbano glielo dico, ma mi tranquillizza dicendo che la mostra è sorvegliata dalla Polizia. Notiamo che all’interno di un grande portone spalancato c’è una 128, temendo di dover scoprire qualche vittima, saliamo una scalinata di marmo ridotta a uno scivolo di fango e ci affacciamo a un appartamento abbandonato in fretta: giocattoli e piatti sporchi ancora sul tavolo, ma la gente è riuscita a fuggire. Chiudiamo alla meglio e proseguiamo.

Un fante che si era allontanato ritorna con mezza bottiglia di whisky presa chissà dove, ci sentiamo un po’ sciacalli ma beviamo ugualmente per vincere freddo e fatica.

7 novembre

Al mattino si torna in caserma e ci si ristora con cioccolata e pane. Si può riposare un po’, ma al pomeriggio si ritorna a lavorare in città.

I fanti del 78^ non partecipano ai soccorsi e fanno addestramento nel cortile. Mi colpisce il loro grido e il loro motto latino: conosco, essendo veneto-giuliano, le gesta dei “Lupi” nella grande guerra e il monumento che le ricorda, alle pendici del Monte Hermada. Purtroppo si “fraternizza” poco. Noi, essendo “accantonati”, dormiamo vestiti sui materassini di gomma stesi a terra e il fango ci si asciuga addosso nel sonno. Io dormo con la pistola e il cinturone, che non mi fido di lasciare in giro…

8 novembre

Si lavora ancora in centro. Piazza S. Croce è piena di fango, che, presso al sagrato, arriva alla vita. Dappertutto automobili capovolte o coricate sul fianco. Dante, dal centro della Piazza guarda corrucciato lo sfacelo che lo circonda.

10 novembre

Sono passati alcuni giorni e molti fiorentini sono ritornati alle loro case, manca però l’acqua e il cibo, in Piazza S. Croce la gente si affolla attorno a un autobus che distribuisce viveri per conto del Comune. I nostri fanti che, come pranzo, buttano giù un panino dopo essersi disinfettati le mani con uno strano liquido distribuito dalla Sanità, stanno a guardare, vorrebbero accettare qualcosa che la gente offre loro, ma la dignità è più forate, e ringraziano.

Si sgombera dal materiale una “Pia casa” per giovanette orfane, tristezza di letti sfatti e di ricordi, gioiellini, coroncine di rosario, lettere e tante piccole cose di vite sconosciute che vengono ammucchiate e buttate via assieme ai materassi marciti e al mobilio distrutto.

12 novembre

Si lavora a S. Frediano, uno dei quartieri più colpiti. Il lavoro è difficile perché sulle vie che dobbiamo sgomberare cominciano e continuano ad ammassarsi le cose che l’acqua ha danneggiato all’interno delle case. L’unica soluzione è ancora l’Arno, così abbattiamo una porzione di ringhiera del ponte S. Nicolò per scaricare più facilmente.

Si ferma a salutarmi un collega del corso AUC, Eugenio Rucellai, che è nei paracadutisti, sua madre mi invita a colazione “a palazzo” ma non ci andrò, così sporco e troppo stanco. Mangiamo un po’ meglio del solito alla mensa di un commissariato di Polizia.

14-15 novembre

Lavoriamo qualche isolato più a ovest; cominciamo a vedere qualche ruspa: una è ferma perché l’addetto non ha istruzioni, prendo l’iniziativa e gliele do io. Ripulisce in un’ ora la strada per cui il mio gruppo coi badili avrebbe impiegato una giornata, così mi sposto al settore assegnato per l’indomani. La gente di questo rione, che si è rimessa in po’, ci offre panini e vino; ora possiamo anche accettare e il Chianti robusto è come un’iniezione di energia.

Con l’attenuarsi della sensazione iniziale di tragedia si ricomincia a guardare le donne, abbiamo vent’anni e le fiorentine so-no belle…

In via Maggio qualcuno ha scaricato in strada una quantità di mangime per cincillà avariato, che manda un fetore insopportabile. Trovo per terra una grande carta topografica con segni rossi e blu tracciati a matita: li riconosco come simboli di carattere militare, la porto al comandante di compagnia, che è il tenente Pellegrino Modugno. Guardando insieme la carta riconosciamo che si riferisce a operazioni militari della seconda guerra mondiale nella zona di Firenze.

17 novembre

Le giornate ora sono serene e ogni mattina, quando facciamo il giro per Piazzale Michelangelo arrivando in città, mi colpisce -ogni cosa colpisce di più con questa spossatezza che affina la sensibilità- la nuvola dorata del mosaico sulla facciata di S. Miniato al Monte, che risplende al sole. Ogni giorno, col ricordo recente degli studi di liceo, mi sembra di capire meglio quanto sia esatta, umana, conclusa la cupola del Brunelleschi.

18 novembre

Per due giorni un lavoro poco faticoso: dobbiamo sgomberare le piante della collezione statale di agrumi (quante cose s’imparano!) dalla serra del Giardino de’ Boboli, che sarà destinata al restauro delle opere d’arte danneggiate. Siamo quindi a Palazzo Pitti. Nel vicino Rondò di Bacco, dove di solito si fanno le sfilate di moda, c’è un centro per la distribuzione di medicinali. Quando posso vi faccio una capatina, anche perché vi lavora una Marta bionda alla quale ho donato, senza seguiti ahimè, un limone caduto da uno degli alberi della collezione, visto che non c’erano melegrane…

Il Giardino è bello, deserto e misterioso, sembrano assumere dignità e bellezza di persone vive le statue che ad ogni passo fanno capolino di tra le siepi di bosso, intorno al lago leggermente nebbioso…

20 novembre

Lavoriamo sulla riva destra, vicino al Ponte Vecchio, per ripulire il Circolo Canottieri che si apre al di sotto della balaustra che conclude il portico degli Uffizi. A un certo punto cominciano a piovere dall’alto bottigliette vuote. I maleducati sono alcuni bersaglieri della Divisione Centauro. Il loro sottotenente risponde con un gesto volgare alle mie rimostranze, salgo, parlo col suo superiore e dopo dieci minuti i bersaglieri campeggiano altrove.

Accanto alla riva è ormeggiata un’imbarcazione dei Vigili del Fuoco dalla quale un sommozzatore si tuffa per cercare nell’acqua gelida una cassaforte che la piena ha strappato da un negozio del Ponte. Quando emerge ha la faccia gonfia e viola dal freddo e si rifocilla con lunghi sorsi di Vecchia Romagna.

22 novembre

Sono “comandato”, con due camion, a disposizione del Medico provinciale. Giriamo per i negozi della periferia a sequestrare generi alimentari avariati o in dubbio d’avaria; ai negozianti vengono rilasciate ricevute per il futuro indennizzo, i camion si riempiono di scatolame, confezioni di dolci tipici, biscotti; portiamo il tutto fuori città, vicino a un cimitero, dove ci so-no anche carcasse di bovini e di cavalli. I bulldozer scavano grandi buche nelle quali scarichiamo la “merce”; il tutto viene incendiato con napalm e poi ricoperto di terra, le scatolette di latta scoppiano come piccole bombe. In verità qualche scatola che appare meglio conservata delle altre sfugge alla sua sorte per merito della nostra incoscienza e della fame, e così ci riempiamo di panforte e sottaceti; alcuni fanti, che vengono dall’Aspromonte o dalla Sila gustano, forse per l’unica volta, caviale e salmone affumicato. Lo stato d’animo particolare, il “festino ” allegro e stanco, tra la puzza di bruciato e il fetore degli animali morti mi richiamano le feste tragiche durante le varie pesti “letterarie”, da Manzoni a Lucrezio, Tucidide, Boccaccio, Camus.

Il tempo è ormai volto definitivamente al bello ma fa freddo. Il buon fante addetto al camion magazzino, che non abbandona mai, tiene la mia borraccia sempre piena di Enocordial, il brandy militare prodotto proprio qui a Firenze, attinto a una damigiana da 30 litri. Abbiamo ormai gli stivali di gomma, un tuta da combattimento nuova, ma quello che proprio non va è l’odore che abbiamo addosso, dovuto sì al fango, ma anche alla mancanza di biancheria e calze pulite (eravamo partiti con un cambio!). Una mattina il comandante del battaglione mi rimprovera per i miei stivali sporchi. I suoi sono immacolati…

24 novembre

Lavoriamo al quartiere Bellariva. Le strade sono oramai pulite, ma bisogna liberare cantine e interrati. I soldati sono ormai troppo stanchi, ma lavorano ancora, anche se il pungolo dell’emergenza si sente meno. Sento un ufficiale del Genio che parla della necessità di una “rete Sommerfield” per riuscire a tirar fuori le macchine da un garage sotterraneo il cui accesso è impedito dalla pendenza scivolosa della rampa. Pochi minuti dopo il mio comandante mi ripropone il problema, sfacciatamente ripeto, anche se non so cosa significhi, la magica parola appena sentita che gli evoca lontani ricordi d’Accademia anche se non si spiega la mia straordinaria competenza in tema di materiali del Genio!

Passano spesso le “campagnole” dei comandanti: il Col. Coniglio, il Gen. Viligiardi. Quest’Ultimo si è fermato più volte a interpellarmi facendomi apparire del tutto ingiustificato il terrore della sua presenza che affligge alcuni dei miei superiori.

25 novembre

Ho il mio primo pomeriggio libero: sporco, in tuta, pistola e scarponi vado in centro. Ammiro compiaciuto l’opera cui ho contribuito, la città è ben diversa da quell’oscuro grumo di fango che ho visto arrivando qui all’inizio del mese. Entro in un lussuoso caffè di Piazza della Repubblica, con poltrone in velluto rosso e cameriere in papillon. Nessuno mostra di notare quanto io puzzi e quanto sia in disordine la mia uniforme , anzi sembrano guardarmi con compiacimento, o forse sembra così a me perché sono contento, una volta tanto, di me stesso. Prendo con gran piacere una cioccolata con panna, trecento lire.

4 dicembre

Si lascia Bellariva e Firenze per l’ultima volta. Andiamo verso i camion, inquadrati, al passo, come in una parata.

Portiamo badili e non fucili, siamo sporchi e non tirati a lucido come nelle sfilate, ma la gente alle finestre e in strada ci applaude e grida “bravi”. Sono fieri di noi

  • 5 dicembre
  • Si torna a Verona in treno.

All’arrivo picchetto e onori. Tra dieci giorni la licenza in attesa di nomina.

Ho perso dieci chili.

Ottavio de Manzini

Nota:

L’autore del diario, attualmente insegnante in un Istituto tecnico di Mirano (Venezia), all’epoca dei fatti narrati era Sergente allievo ufficiale al 67^ Reggimento Fanteria di stanza a Montorio (Verona) ed aveva vent’anni. Le “ingenuità” letterarie e l’istintività dello stile e delle emozioni espresse nel testo sono pertanto da ascrivere all’età. In seguito, oltre a perdere dieci chili, è stato ricompensato per l’opera compiuta dalla propria soddisfazione, da un encomio scritto, da un attestato di benemerenza, dalla medaglia per l’intervento in pubbliche calamità e… da una broncopolmonite per la quale gli sono state riconosciute le cause di servizio. A venticinque anni dai fatti si è deciso a trascrivere le presenti pagine solo per ricordare e far ricordare, senza ambizioni giornalistiche o letterarie.

O d M

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