L’ALLUVIONE DEL 1966 A FIRENZE E IN PROVINCIA

L’alluvione del 4 Novembre 1966 è una delle vicende che ha segnato in modo più marcato la storia della Difesa del Suolo in Italia, oltre a rappresentare un punto di svolta in quella dell’Arno, influenzando la pubblica opinione in merito alla percezione del rischio idraulico. Per quanto riguarda l’evento, alcune misure bastano a collocarlo come il più catastrofico che ha colpito il bacino dell’Arno dall’avvento delle misurazioni idrologiche: 160 mm di pioggia in 24 ore, ragguagliati sull’intero bacino con punte di 250-300 mm (il record è detenuto dalla stazione di Badia di Agnano nel bacino del torrente Ambra con 437 mm), portata al colmo misurata alla Nave di Rovezzano pari a 4100 metri cubi al secondo, 1500 km quadrati di area allagata sui 9000 km quadrati che copre l’intero bacino idrografico.
All’epoca la sezione del P.te Vecchio non era in grado di smaltire più di 2200-2300 metri cubi al secondo rispetto ai 4100 metri cubi al secondo in arrivo per cui strariparono ed invasero Firenze oltre 70 milioni di metri cubi di acqua.
Sui lungarni fiorentini l’acqua iniziò a tracimare dalle spallette in prossimità della Biblioteca Nazionale intorno alle ore 7 del 4 Novembre 1966, dopo che nella notte si erano già verificati straripamenti in tutto il Valdamo superiore e Valdarno medio a monte della città.
Preme ricordare che non fu esclusivamente l’alluvione di Firenze, ma l’evento si manifestò con gravi conseguenze anche sul reticolo minore con situazioni rimarchevoli, limitatamente alla Provincia di Firenze, lungo Sieve, Bisenzio, Greve, Elsa e Pesa i cui bacini furono interessati anche da innumerevoli distesti per frana.

L’alluvione, se da una parte fu un’immane tragedia sul piano del danni a persone e soprattutto a beni del patrimonio culturale dell’umanità, rappresentò anche uno dei primi momenti di restituzione “mediatica” di una catastrofe naturale.
È ampiamente documentabile come filmati ed immagini illustranti la tracimazione delle spallette sui Lungarni, il recupero del Cristo di Cimabue, gli interventi degli Angeli del fango abbiano funzionato da formidabile cassa di risonanza per Firenze che balzò agli onori delle cronache della stampa internazionale in quel momento in cui il turismo “culturale” smetteva di essere un fenomeno d’elite sociale.

I danni al patrimonio culturale portati dall’alluvione del ’66 furono pertanto indubbiamente inestimabili ed in alcuni casi irreversibili, ma nel complesso Firenze seppe rimarginare in fretta la ferita subita e rilanciarsi come capitale dell’arte e il suo territorio contermine come uno dei “luoghi di vita” più ricercati al mondo.
L’altra faccia di questa medaglia è la storia dell’Arno.
Fino al ’63 era stato il motore dello sviluppo di questa civiltà, la vita delle campagne era scandita dal regime delle portate del corso d’acqua, mulini ed opifici ne costellavano il corso dal Casentino a Pisa, mentre merci e persone si muovevano sull’Amo da e verso il mare, almeno fino all’avvento della ferrovia Firenze – Livorno ultimata nel 1848.

L’alluvione colpì pesantemente questo microcosmo di vita sviluppatosi intomo al fiume che da allora divenne un “retro” delle città in quanto nemico da imbrigliare con argini paratoie e allo stesso tempo l’emblema italiano della Difesa dalle catastrofi naturali.

In occasione del quarantennale dell’alluvione del ’66, in un momento storico in cui finalmente è stato avviato un processo di recupero dell’Arno (dal punto di vista della funzionalità fluviale, che nel prossimo decennio culminerà con la realizazione degli interventi strutturali per la riduzione del rischio idraulico, la Provincia di Firenze ha deciso di pubblicare questa carta delle aree allagate con lo scopo di fornire un contributo alla ricostruzione documentaria della catastroficità del 4 Novembre ’66.

1 contenuti della carta sono stati dedotti dalle ricostruzioni effettuate dalle decine di tecnici che nel corso degli anni si sono occupati dell’evento, a cui, nell’impossibilità di citarli tutti, va un doveroso ringraziamento per come hanno contribuito alla redazione degli atti di pianificazione territoriale di Comuni, Province, Regione e Autorità di Bacino, strumenti che consentono attualmente di impostare le politiche di recupero dei fiume.

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