Ultim’ora – La Nazione 4 novembre 1966

La Nazione 4 novembre 1966
La Nazione 4 novembre 1966

Sono le 6.10 della mattina. Le notizie si fanno sempre più drammatiche La spalletta del lungarno Acciaiuoli davanti all’albergo Berchielli sta cedendo: una falla si è aperta e l’acqua ha invaso la sede stradale. L’Arno continua a salire.

Una segnalazione dei carabinieri darebbe come spazzata via dalle furie dell’acqua di un torrente una piccola casa a Tavarnuzze che era abitata da quattro persone delle quali non si hanno notizie.

I carabinieri hanno esaurito tutte le scorte di canotti e imbarcazioni e chiedono ai cittadini che ne fossero in possesso di metterli a disposizione telefonando al 24.444

Le scuole riaprono il 14 – La Nazione 4 novembre 1966

Le scuole riaprono il 14 – La Nazione del 4 novembre 1966
Tratto da “La Nazione” del 4 novembre 1966

Il sottosegretario alla pubblica istruzione onorevole Elkan ha presieduto ieri a Firenze una riunione col provveditore agli studi professor Peluso e con i tecnici dei settori della pubblica istruzione.

E’ stato deciso che le scuole nelle zone sinistrate della provincia e in tutto il comune di Firenze riaprano lunedì prossimo 14 novembre.

In questa settimana si provvederà al controllo della statica degli edifici, alla pulizia dei locali invasi dalle acque e alla disinfezione di tutte le scuole.

Una notte da incubo – La Nazione 4 novembre 1966

Tratto da "La Nazione" del 4 novembre 1966 Una notte da incubo
Tratto da “La Nazione” del 4 novembre 1966 Una notte da incubo

Mentre decine di famiglie cercavano rifugio ai piani superiori o sui tetti, centinaia di persone seguivano con ansia l’andamento della piena dai lungarni – A un certo momento ai soccorritori sono mancati i canotti. Il prefetto nei luoghi più colpiti ” le inutili chiamate: una pericolosa perdita di tempo”.

Una notte da incubo

Drammatica notte per i vigili del fuoco della caserma di via La Farina. Tutti gli uomini e tutti i mezzi disponibili sono stati impegnati in continuazione per far fronte alle incessanti chiamate giunte da ogni parto della provincia e della città.

Il lavoro è stato organizzato in modo di far fronte anzitutto alle situazioni che presentavano maggior pericolo e quindi urgenza di soccorso. Squadre di vigili sono perciò accorse a Borgo San Lorenzo, San Piero a Sieve, Figline Valdarno. Incisa, Le Sieci, Compiobbi facendo uso di battelli e mezzi anfibi.

Le impellenti necessità delle zone più minacciate hanno indotto il comando a trascurare le centinaia di allagamenti verificatisi nelle cantine degli stabili situati in molte zone periferiche della città e specialmente in via Circondaria e nel viale Morgagni.

 

Gli anfibi

Ma molte delle segnalazioni erano purtroppo anche esatte e l’estendersi della crisi si è manifestato in pieno passate le 3 quando alle centrali dell’organizzazione di soccorso, facendo un bilancio dei mezzi disponibili, si è dovuto prendere atto del fatto che ormai i mezzi anfibi e i canotti erano tutti impegnati e non era possibile trovarne più nemmeno uno.

Le famiglie dell’Anchetta. del Girone, della • Casaccio », di Rogano* di via Vlllamagna, di Ro-vezzano bloccate dall’acqua a-spettavano qualcuno che desse loro un aiuto per uscire dalla morsa. I più giovani potevano tentare con mezzi propri. Ma c’erano vecchi, donne, bambini che non erano assolutamente in grado di avventurarsi in quel mare che si era allargato fino alla soglia della loro casa, a un’altezza che, in certi punti, rasentava quella del primo piano. Si trattava anche di portare in salvo un po’ di roba, strappandola all’assalto dell’acqua che premeva sull’uscio.

Un aiuto i carabinieri l’hanno avuto infine, per quanto riguarda i canotti, dal centro sommozzatori. Con i barchini di gomma 1 militi hanno co» minclato 11 loro andirivieni portando via gante e cote, In posti più tleurl. Erano la 3,30 quando tono entrate In teena quatta estreme riserve. Sul lungarno 1 tecnici a bordo di un barcone ormeggiato incaricati di miturare la cretclta della piena, informavano Intanto ohe, dalle 21 alla 3, l’acqua era tallta di tei metri. A piccole onde il fiume ha cominciato a superare lo scivolo di piazza Mentana e a rovesciarti sul lungarno Diaz. Restavano da « mangiare » solo pochi decimetri di spalletta.

La drammatica notte continuava, sempre più drammatica, ormai in un clima da inoubo. Gli impianti dell’ acquedotto fermati in gran parte in seguito all’uscita del fiume dall’alveo. Gli ospedali privi in parto di personale rimasto bloccato nelle strade allagate. E bloccati insieme a loro anche i soccorritori, carabinieri, vigili del fuoco, polizla. Alle 3.45 dal lungarno delle Grazie una voce: spruzzi di acqua superano ormai le spallette. E un Intorrogativo angoscioso: la piena si fermerà o continuerà a salire?

Per Incisa partivano intanto cento uomini del reparto mobile di pubblica sicurezza. Cominciava la vera emergenza.

Firenze 1966-1996, c’erano i radioamatori ed i cb durante l’alluvione

Trenta, tanti sono gli anni passati da quando una mattina del 4 novembre l’Arno esondò, alluvionando Firenze e quanto trovò oltre le sponde, per tutto il suo percorso fino alla foce a Pisa. Quale fu la causa? Una concomitanza di motivi ma la principale fu l’intensità e la quantità di pioggia caduta in breve tempo. Infatti dopo giorni di pioggia insistente che impregnò tutto ciò che era disponibile per assorbirla, prese ad aumentare con una intensità da scroscio temporalesco. Fu una pioggia che cadeva su imprevidenze antiche, imputabili alla inesistente politica idrografica dei Medici, tesi soprattutto all’utilizzo economico del fiume. Non da meno fu l’indifferenza, l’ignoranza o l’impossibilità di riparare i danni ormai arrecati, di chi governò dopo.
Modificare e togliere al fiume i luoghi deputati a smaltire l’acqua nei momenti di piena porta inevitabilmente agli allagamenti di centri abitati e di culture. L’alluvione di Firenze si consumò dalle prime ore del mattino del 4 novembre 1966.

L’Arno esondò per tutto il giorno e parte della notte. L’acqua iniziò a defluire il giorno 5 lentamente e costantemente fino a rimanere stagnante, in alcune sacche, dopo aver lasciato un segno orizzontale nero sui muri, dove era arrivata in altezza, ed in basso la melmetta che copriva e sporcava tutto. La città fu isolata. I cittadini bloccati dall’altezza e dalla velocità dell’acqua. Telefono, acqua, gas ed energia elettrica cessarono e con loro ogni possibilità di comunicare. Gli OM c’erano anche se il loro numero non era quello attuale ed i 144 MHz arriveranno nel 1974. Le difficoltà che più  colpirono i radioamatori fu la mancanza di energia elettrica.
La presenza degli OM fu sensibile dopo il 4 ed il 5 novembre, passata la fase acuta ed imprevedibile dell’alluvione. La prefettura stessa accolse i radioamatori nella sala radio e la collaborazione durò a lungo. Ed i CBers? Il fenomeno e poi problema CB non esisteva ancora. Sul mercato c’erano degli apparati portatili quarzati o quarzabili sui 27 MHz.
Non erano certo di diffusione comune. Chi li usava lo faceva nella più completa disinformazione di essere le avanguardie di un fenomeno che diventerà un problema negli 1971-72.
Erano acquistabili piccoli National con antenna estraibile, nessun Smeter e con una potenza che raggiungeva al massimo mezzo watt. Erano venduti a coppia. I pochi fiorentini che li avevano ne fecero un uso presumibilmente limitato e non funzionale all’informazione. Si dice ad esempio che un gioielliere del Ponte Vecchio li utilizzasse per comunicare a casa, a poche centinaia di metri, il disastro che l’Arno stava facendo alle botteghe ed alle costruzioni sul ponte. Non ci fu, per quanto conosciuto, un uso documentato e documentabile della presenza di CB come invece avvenne a Genova nel 1970 con l’alluvione del Biscione. A Firenze il 4 novembre 1966 c’era la radio e con questi righi era importante ricordarlo. Così come lasciare ai lettori OM e CB di aggiungere i loro ricordi e le loro testimonianze se vorranno scriverci.
Paolo Badii

4 novembre 1966, un sacco di ricordi – Mario Solenni

Firenze era completamente devastata
Firenze era completamente devastata

4 Novembre 1966, mi tornano a mente un sacco di ricordi che si sovrappongono ed anche un po’ sfocati.

Proprio oggi sono 50 anni da quel fatidico giorno.

……ero un ragazzo di quasi 14 anni che non si rendeva conto, che si stava consumando una tragedia immane che avrebbe coinvolto tutto il mondo. Abitavo alla periferia di Firenze in zona Monticelli, dove c’è la diramazione che, girando a destra si va verso Scandicci e a diritto verso Casellina, precisamente Via Fra Diamante n.1 all’angolo di via Antonio del Pollaiolo, proprio di fronte al campo sportivo della REMAN AUDACE.

Era una giornata di festa, la Festa della Repubblica, non c’era scuola, ma ricordo che mia nonna che viveva con noi, venne a svegliarmi verso le 8,30, perché dalla via del Pollaiolo stava arrivando la piena dell’acqua e mi ricordo che cercai di scendere per strada, per la curiosità, ma stando all’angolo della strada, ricordo che il gorgo dell’acqua che arrivava era già molto forte e non mi permetteva di uscire. Dopo nemmeno 10 minuti l’acqua era già entrata nel portone del palazzo e continuava ad entrare con una forza tremenda. Già intorno alle 10 la mattina eravamo bloccati senza la possibilità di poter uscire.

Ricordo che per la strada passava di tutto trascinato dall’acqua, biciclette, motorini, auto a quei tempi qualche 500, qualche 600 e qualche 1100, mi ricordo che vidi passare sempre trascinato dall’acqua un barroccino e quello che mi è rimasto impresso un’edicola intera sradicata che galleggiava e se ne andava via per via del Pollaiolo, probabilmente l’edicola che c’era in via di Monticelli all’angolo di via Bronzino.

Piovve per tutto il giorno e l’acqua continuò a salire fino a sera tardi, mi ricordo che per le scale, senza poter uscire, controllavamo agli scalini il livello che si alzava. Verso le 20 la sera si stabilizzo e si fermò. La mattina dopo, l’acqua si era ritirata, però aveva lasciato in tutto il manto stradale e sui marciapiedi uno strato di melma assurdo, che non permetteva assolutamente di stare in equilibrio. Era melma mescolata a Kerosene e gasolio, perché a quei tempi la maggior parte degli impianti di riscaldamento erano alimentati con quei liquidi.

Ricordo appena uscito dal portone, mi trovai in mezzo alla strada disteso, completamente pieno di melma, dovetti tornare in casa a pulirmi e a cambiarmi tutto. Verso mezzogiorno, mi feci coraggio ed insieme ai miei amici Carlo, Antonio e Gian Paolo che abitavano nel mio palazzo, andammo verso il ponte alla Vittoria e lì ci rendemmo conto dei danni che poteva aver fatto il nostro amato Arno. All’inizio di via Bronzino c’era un camion cisterna che aveva iniziato a distribuire l’acqua, perché chiaramente quella che usciva dai rubinetti era imbevibile. Cominciammo ad incontrare gente che ci dava le prime notizie di quello che era accaduto e che ancora era in atto. San Frediano era ancora abbondantemente sotto l’acqua e ancora non c’era la possibilità di accedere.

Arrivammo fino al ponte alla Vittoria e sull’angolo di Via dei Vanni, essendoci dal ponte un po’ di discesa, l’acqua aveva fatto mulinello ed aveva scavato una buca enorme e molto fonda e lì mi ricordo ci fermammo a dare una mano, a scavare in questa melma, perché qualcuno diceva che poteva esserci anche qualcosa di brutto, visto che già si parlava di gente dispersa, fortunatamente non si trovò niente. Però il ricordo dei negozi che via via incontravamo e che erano in condizioni indescrivibili: un ammasso di melma, mescolata a tutta la merce che questi vendevano, ammassi in mezzo alla strada di questa roba, ormai inutilizzabile, piena di melma.

Il giorno successivo, ricordo che le strade, almeno nella nostra zona, avevano iniziato a ripulirle alla meno peggio, per dare la possibilità ai mezzi che arrivavano per i soccorsi di poter transitare. Io decisi di fare una girata a piedi verso il centro e mi ricordo che riuscii insieme a mio padre ad arrivare fino alla stazione. Più che si andava aventi e più che ci rendevamo conto della drammaticità della situazione. Firenze era completamente devastata, negozi distrutti, appartamenti ai primi piani completamente invasi dall’acqua e gente disperata che gettava tutto dalle finestre per rientrare in possesso delle proprie case. Quello che c’è stato di bello, è che immediatamente da tutte le parti del mondo si sono in qualche modo adoperati per venire a dare una mano per la ricostruzione e per il recupero dei danni che questa tragedia ha causato.

Mario Solenni

1966: l’anno in cui Firenze andò sott’acqua – Sergio Lepri

La terribile notte del 4 novembre 1966. Sommerso il centro storico della città. Lo Stato ha le telescriventi spente. L’Ansa trasmette con un ponte radio militare, ma il governo continua a non sapere niente. Un caso diverso: il terremoto dell’Irpinia nel 1980. L’Arno, il sindaco Bargellini e l’aiuto del buon Dio. A Firenze l’Arno cominciò a straripare qualche minuto prima delle cinque.
Per tutta la notte Dante Nocentini, il capo della sede fiorentina dell’Ansa, era andato su e giù per i lungarni guardando l’acqua che continuava a salire. Poi si fermò in piazza Cavalleggeri: Non poteva prevedere il momento, ma aveva scelto il punto giusto; al termine della piazza il marciapiedi del lungarno Acciaiuoli, che in quel tratto è più alto della strada, finisce con una scala, e il parapetto (la «spalletta», come si dice a Firenze) si abbassa di un metro rispetto al fiume. Fu là, proprio davanti al brutto edificio della Biblioteca nazionale, che l’Arno prese a tracimare. Il buio era ancora fitto. Dante Nocentini si mise a correre verso piazza Santa Croce, inseguito dall’acqua che avanzava in Corso dei Tintori e, per il momento, si spandeva lenta sul selciato. La sede dell’agenzia era allora in via dei Pucci, a duecento metri da piazza del Duomo.

Salì trafelato le scale (non c’era l’ascensore) e dette la notizia a Roma. Era il 4 novembre del 1966, un giorno festivo, a quel tempo; era chiamato il «giorno della vittoria», anniversario della vittoria dell’Italia contro
l’Austria e della fine della prima guerra mondiale, il 4 novembre 1918. A Roma l’Ansa funzionava regolarmente, ma tutti gli uffici pubblici erano chiusi; chiusi i ministeri, chiusa la presidenza del consiglio a Palazzo Chigi, chiuso anche il ministero degli interni al Viminale; non c’era neppure un funzionario
di servizio e le telescriventi dell’Ansa erano ferme; venivano spente la domenica e negli altri giorni di festa. Era il 1966, un anno della seconda metà di questo secolo, ma nessuno, nel Governo e nel Parlamento, aveva pensato che le responsabilità dei cosiddetti pubblici poteri non si esercitano soltanto nei giorni feriali. In Toscana pioveva da diciotto ore senza interruzione e tutti i fiumi e i torrenti erano in piena dalla sera prima. Alle sei del mattino le acque dell’Arno a Firenze avevano già inondato le zone più basse della città: i quartieri di San Niccolò e di Santa Croce, la periferia di Bellariva. Alcuni avevano fatto a tempo a scappare di casa, molti erano saliti nei piani più alti, chiedendo ospitalità agli altri inquilini. Via via la corrente elettrica venne a mancare dappertutto.

Alle nove l’Arno superò le spallette anche tra il ponte alle Grazie e il Ponte Vecchio e tra il Ponte Vecchio e il ponte a Santa Trìnita; in qualche puntò le fece crollare; l’acqua cominciava a invadere il centro della città, da piazza della Signoria a piazza del Duomo. Del Ponte Vecchio non si vedevano più le arcate e contro i muri delle botteghe degli orafi si accavallavano rami e tronchi d’albero, trascinati dal fiume. L’acqua diventava sempre più veloce e vorticosa e si alzava di livello. Era un’acqua scura, limacciosa e a un certo momento cominciò a mostrare larghe chiazze nere; era il gasolio che usciva dalle cisterne sventrate degli impianti di riscaldamento. Alle 9 e mezzo l’acqua aveva superato, anche nelle strade e nelle piazze del centro, i piani terra delle case e continuava a salire e a diventare più impetuosa. Dalle finestre la gente vedeva passare mobili, masserizie, attrezzi, qualche cavallo o gatto morto o cane; poi anche automobili, che andavano a schiantarsi contro le pareti dei palazzi e i pali dei segnali stradali, divellendoli. Alle 9.45 la corrente elettrica mancava in quasi tutta la città e così il telefono.

Nella sede dell’Ansa le telescriventi non funzionavano più e i redattori riuscirono a scappare appena in tempo, prima che l’acqua entrasse dentro i palazzi di via dei Pucci e rendesse impraticabile la strada. Dante Nocentini ebbe un’idea: andare in piazza San Marco e chiedere assistenza al Comando militare della regione. In quella piazza l’acqua non era ancora arrivata; vi arrivò più tardi, ma solo fino all’aiuola centrale e al monumento a Manfredo Fanti; lì, infatti, illivello della città comincia a salire. Dal Comando l’Ansa riprese a trasmettere a Roma attraverso un ponte radio militare. Erano le dieci. Alle 10, a Roma, il presidente della repubblica Giuseppe Saragat si recò a deporre una corona alla tomba del milite ignoto; di Firenze non sapeva niente.

Alle 10, a Redipuglia, il presidente del consiglio Aldo Moro si accingeva a tributare il rituale omaggio al sacrario dove sono sepolte più di centomila salme di caduti della prima guerra mondiale; non sapeva niente neppure lui. Alle 11 il prefetto di Firenze lanciò un appello via radio perché i medici cercassero con ogni mezzo di occupare il loro posto di lavoro negli ospedali non ancora raggiunti dall’inondazione e il sindaco Piero Bargellini invitò chiunque possedesse una barca o un battello di gomma a portarli (ma come?) in palazzo Vecchio. Anche l’acqua potabile, finché ce ne fosse stata, era bene non usarla.

Tutte le linee ferroviarie che portano a Firenze erano interrotte: la Roma-Firenze tra Montevarchi e Figline, la PisaFirenze a Montelupo, la Bologna-Firenze all’altezza di Grizzana. Tutte le strade erano impraticabili per lunghi tratti; l’Autostrada del sole era chiusa al traffico a nord e a sud, e così la Firenze Mare. L’unico collegamento con l’Italia e col mondo era quello dell’Ansa grazie alla collaborazione dell’esercito e del comandante della regione militare, il generale (nomen omen) Centofanti. L’agenzia continuava a trasmettere notizie, ma a mezzogiorno il presidente della repubblica, come se niente fosse, riceveva al Quirinale il comitato «Premio medaglie d’oro» e il presidente Moro pronunciava a Gorizia un discorso per l’inaugurazione del monumento al «fante d’Italia».

Solo alle 13.45 il capo dello stato fu informato (dal direttore dell’Ansa, per telefono, visto che non l’aveva saputo altrimenti) di quello che era successo e stava succedendo a Firenze; ma forse non si rese ben conto della tragedia: un comunicato del Quirinale invitò infatti i prefetti a «rendersi interpreti, presso le popolazioni, della solidarietà» del presidente. Che cosa poteva fare il prefetto di Firenze, prigioniero senza telefono e senza corrente elettrica nel palazzo MediciRiccardi, circondato da due metri di acqua vorticosa? E intanto la pioggia continuava a cadere senza soste. Anche l’Ansa di Firenze si trovava in difficoltà: non per trasmettere notizie (il ponte radio militare funzionava ottimamente), ma per averne, dopo l’interruzione delle linee telefoniche, l’impraticabilità delle strade del centro e anche di tutti i ponti sull’Arno a monte e a valle della città. Di qua d’Arno si poteva immaginare che cosa stava succedendo, ma di là? Un primo quadro della situazione si poté averlo soltanto verso le cinque del pomeriggio. Il momento più critico era stato fra le 13 e le 14.30, quando le vie del centro si erano trasformate in torrenti di acque melmose e nerastre, che scardinavano le saracinesche dei negozi e i portoni delle case, trascinando via tutto quello che vi trovavano, mobili e suppellettili.

Le strade parallele al corso dell’Arno erano quelle dove la corrente era più veloce e trasportava non solo tronchi d’albero, bidoni e detriti di ogni genere, ma anche le auto sorprese in sosta, alcune rovesciate e altre che si sfasciavano contro le pareti delle case o si ammucchiavano l’una sull’altra. Nelle strade trasversali il moto dell’acqua era più lento; le auto in sosta non erano state portate via, ma erano sommerse e se ne vedeva soltanto il tetto o poco più. Le acque cominciarono a decrescere in serata.

Alle 21.42 l’Ansa trasmise una lunga notizia di riepilogo: «Firenze è un immenso lago immerso nelle tenebre, un lago di acque limacciose che si estendono per oltre sei chilometri quadrati nei quartieri a nord dell’Arno e in un’area imprecisata nei quartieri a sud del fiume. L’inondazione la più grossa dal 1270 interessa due terzi della città. Manca l’acqua, manca il gas, l’energia elettrica è erogata soltanto in alcune zone, il telefono non funziona. La situazione è drammatica nelle case di abitazione e negli ospedali. Anche nelle zone risparmiate dall’inondazione scarseggiano i rifornimenti alimentari; nelle altre è impossibile l’approvvigionamento». Su quasi tutti i quotidiani dell’indomani questo fu 1’«incipit» (ripreso pari pari e, come al solito, senza citare l’agenzia) del servizio dedicato in prima pagina all’alluvione dell’Arno a Firenze. Anche i giornali non avevano dato peso alle prime notizie dell’Ansa e si resero conto della gravità quando non avevano più la possibilità di mandare degli inviati.

Molti avevano pensato che l’agenzia avesse drammatizzato l’evento; tutta colpa del direttore, che era fiorentino: «Va bene voler bene alla propria città» si seppe poi che qualcuno aveva detto, «ma non esageriamo. Sarà solo piovuto un po’ più del solito». La pioggia cessò in serata, finalmente. Alle 21.50 l’Ansa fece un primo bilancio: nell’area inondata case, palazzi, chiese erano state invase dalle acque per un’altezza da uno a quattro metri; quattro metri nel quartiere di Santa Croce (la basilica, il chiostro, la cappella Pazzi, la Biblioteca nazionale), da uno a due metri nel centro storico (il Duomo, il Battistero con le porte cardinate di Andrea Pisano e del Ghiberti, il campanile di Giotto, Palazzo Vecchio, la galleria degli Uffizi, la chiesa di San Lorenzo). I danni? Incalcolabili.

Nessun intervento pubblico, se non quello, modesto, dei reparti locali dell’esercito e dei vigili del fuoco. Anche le caserme erano state allagate e pochi erano i mezzi anfibi; salvarono anziani ed ammalati rimasti bloccati nelle case, portarono soccorsi agli ospedali, un gruppo elettrogeno all’ospedale pediatrico (i fiorentini lo chiamano 1’«ospedalino Mayer»), dove i neonati nelle incubatrici rischiavano di morire. Solo in nottata arrivarono dalle regioni vicine altri reparti dell’esercito, gruppi di carabinieri, della polizia, della Guardia di finanza. Finalmente il governo si era svegliato. Trascuratezza? Forse peggio: mancanza di informazione per impreparazione e sprovvedutezza. Gli organi centrali e periferici dello Stato erano tutti abbonati ai notiziari dell’Ansa, e in una società moderna un’agenzia di informazione acquista anche, al di là delle sue finalità istituzionali, compiti importanti di servizio di interesse pubblico. È immaginabile che le telescriventi dello Stato fossero spente nei giorni festivi?

Alle 16.30 il presidente del consiglio celebrava a Vittorio Veneto il quarantottesimo anniversario della fine della prima guerra mondiale; nessuno lo aveva ancora avvertito di quello che da più di dieci ore stava accadendo a Firenze. Il ministro degli interni (era Paolo Emilio Taviani) si fece vivo, ma non da Roma, alle 16.45, e solo perché la direzione dell’Ansa per ore e ore lo aveva cercato per telefono a destra e a sinistra. Il caso di Firenze servì di lezione.
Presidenza della repubblica, presidenza del consiglio, ministero degli interni, comandi dei carabinieri e della Guardia di finanza si attrezzarono per ogni evenienza; a poco a poco vennero stabilite reti di collegamento per filo e via radio; nacque la Protezione civile; sarebbero poi nate anche le «unità di crisi» e perfino le «operation rooms».

Le telescriventi dell’Ansa non vennero più spente, né di giorno né di notte, neppure nei giorni festivi. La prima prova importante fu col terremoto che sconvolse la Campania e la Basilicata la sera del 23 novembre del 1980: più di seimila morti e diecimila feriti, trecentomila senzatetto. Fu il terremoto più grave dopo quello di Messina e Reggio Calabria del dicembre 1908 (150 mila morti); molto più grave dei più recenti terremoti, del 1962 in Irpinia e nel Napoletano (21 morti), del 1968 nel Belice in Sicilia (trecento morti), del maggio e del settembre 1976 in Friuli (oltre mille morti). La prima scossa fu alle 19 35′ 22″; a Roma fu avvertita poco dopo e l’ANSA ne dette notizia alle 19.40; alle 20.00 localizzò l’epicentro nell’Italia del sud. Le notizie cominciarono a correre una dietro l’altra: dove si era avvertito il sisma, anche nell’Italia centrale e settentrionale e in Sicilia, e dove si segnalavano crolli di edifici, pochi in Puglia, sempre di più in Campania e in Basilicata, e la gente che scappava di casa e correva verso la campagna; e poi le interruzioni dell’energia elettrica e, parzialmente delle linee telefoniche e poi i primi morti, tutti nelle province di Napoli, Salerno, Avellino, Benevento e Potenza.

Alle 23.28 l’Ansa indicò l’epicentro (40.7 gradi di latitudine e 15.2 di longitudine, cioè a circa dieci chilometri a est di Eboli) e l’intensità delle scosse (del nonodecimo grado della scala Mercalli la prima scossa, tra il sesto e il settimo grado le scosse delle 20.05, 20.08, 20.10, 20.38, 21.33). Fino a quel momento l’agenzia aveva trasmesso, in meno di quattro ore, 77 notizie e, complessivamente, più di settemila parole. Una diecina di giorni più tardi ci fu un dibattito alla Camera sui ritardi dei soccorsi e l’allora presidente del gruppo democristiano della Camera,Gerardo Bianco, convinto che la causa fosse in una ritardata informazione dal centro, mi telefonò per conoscerne i motivi.

Non c’erano stati ritardi o carenze di informazioni da parte dell’Ansa dissi e, questa volta, neppure ritardi o carenze di intervento degli organi di governo. Come dimostravano alcune notizie trasmesse, la Protezione civile si era sùbito messa in allerta; le telescriventi dell’Ansa avevano funzionato. Dovrò allora cambiare il testo del mio discorso alla Camera, mi disse Gerardo Bianco; e non capii bene se era contento oppure no. Forse no. Gerardo Bianco è nato in provincia di Avellino, e a Avellino si erano manifestati i maggiori ritardi, fra i tanti ritardi che si ebbero negli interventi degli organi locali dello Stato in tutte le province colpite. Di lì a poco il prefetto di Avellino fu rimosso dall’incarico: non si era reso conto, sul momento, della gravità del terremoto. Perché? Lo seppi, qualche tempo dopo, dal provveditore generale dello Stato, venuto in visita in agenzia: nella prefettura di Avellino si erano guastate le telescriventi dell’Ansa, ne era stata richiesta la sostituzione, ma il Provveditorato non aveva ancora provveduto. Un capro espiatorio più importante si era avuto nel gennaio dell’anno prima, quando Giovanni Ventura, imputato per la strage di piazza Fontana a Milano, fuggì da Catanzaro, dove era in soggiorno obbligato, e riparò in Argentina.

Il ministro degli interni e il capo della polizia lo seppero dall’Ansa. Il capo della polizia, che era Giuseppe Parlato, fu destituito. Ingiustamente. Che, in alcuni casi, un’agenzia di informazioni di certe dimensioni come l’Ansa o altre, arrivi prima degli organi dello Stato non deve essere motivo di presunzione per l’agenzia né di disappunto per gli organi dello Stato. Un’agenzia di informazioni che si rispetti ha, nel proprio paese e all’estero, una rete di fonti come nessun altro può avere e un sistema di trasmissioni velocissimo; è ovvio che spesso abbia informazioni che altri non hanno o le abbia prima degli altri. Così a Firenze in quel maledetto 4 novembre del 1966 e nei giorni che seguirono.
Solo che allora gli incredibili ritardi negli interventi degli organi centrali dello Stato trovarono una spiegazione, sia pure al limite dell’assurdo: le telescriventi spente. Incredibile fu però anche la sprovvedutezza dei fiorentini.

Per tutta la notte fra il 3 e il 4, mentre le acque dell’Arno continuavano a salire (alle due e mezzo avevano superato di sei metri il livello normale) e la pioggia non accennava a cessare, solo due persone si aggiravano sui lungarni e ogni tanto si affacciavano alle spallette del fiume: a piedi, Dante Nocentini dell’Ansa e, in bicicletta, una guardia di notte, un certo Romildo Cesaroni. Fu lui che telefonò agli orafi di Ponte Vecchio: «Un Arno così brutto» disse «non l’ho mai visto». Gli orafi, perciò, lo sapevano, e infatti si precipitarono nelle loro botteghe e portarono via le cose più preziose, mentre il fiume rumoreggiava sotto i loro piedi e il pavimento tremava e a un certo momento mancò anche la luce. Gli orafi sapevano, ma non avvertirono nessuno.

E lo sapevano anche altri, in prefettura e in questura, lo sapevano i carabinieri, ma nessuno dette l’allarme. Come si faceva a dare l’allarme? Con le sirene, quelle della guerra, che non c’erano più? con la Martinella, la campana del Bargello che aveva annunciato la liberazione della città nell’agosto del 1944? E poi dicevano tutti non c’è da preoccuparsi; sarà come tante altre volte, che l’Arno sale e poi decresce. Così l’allarme lo dettero soltanto il Cesaroni agli orafi di Ponte Vecchio e il Nocentini a una Roma con le telescriventi spente. I fiorentini si riscattarono il giorno dopo e nei giorni che seguirono.

Enrico Mattei, che dirigeva la Nazione (il nuovo stabilimento tipografico, inaugurato qualche mese prima in piazza Beccarla, era sott’acqua, rotative comprese), fu uno dei pochi a partire da Roma per raggiungere Firenze; con lui c’era anche un ministro, Giovanni Pieraccini, ministro del bilancio (eletto a Firenze) e il sottosegretario Ceccherini (pisano; l’Arno era straripato anche a Pisa); arrivarono a tarda sera dopo sette ore passate a zigzagare intorno all’autostrada (del sole); e anche loro fecero sosta in piazza San Marco, al Comando della regione militare, dove c’era il generale Centofanti e c’era l’Ansa. «Non udii pianti né disperazioni» scrisse, un mese dopo, Enrico Mattei.

«Né allora, né nella notte la indimenticabile notte trascorsa in lugubre veglia sui bordi dell’altra città, di quella città che l’acqua ci aveva fatta lontana, misteriosa, inaccessibile come il mondo abitato di un altro pianeta, e pure ci sfiorava con l’alito, con il respiro affannoso mi avvenne di assistere a una sola scena di disperazione». E la mattina dopo: «Vagavo in un’immensa città morta, abitata da uomini vivi che volevano vivere. Il brusio della sera avanti era cessato. Tutti tacevano. Tacevano e lavoravano. I loro arnesi erano le scope e i secchi, i secchi e le scope. Il loro teatro di battaglia era la propria abitazione e l’abitazione del vicino; la propria bottega e la bottega del vicino».

Nei giorni seguenti Piero Bargellini, quello che sarebbe passato alle cronache come il «sindaco dell’alluvione», amava andare in giro nelle zone più colpite della città, e lo faceva da solo (non era ancora arrivato il tempo delle scorte).
Scrittore cattolico, uno dei fondatori del Frontespizio nel 1929, conosceva bene i suoi concittadini e non disdegnava l’anima laica della città. Una mattina mi raccontò qualche tempo dopo capitò in una stradetta del centro, dietro Palazzo Vecchio, il quartiere dove Vasco Pratolini aveva ambientato le sue Cronache di poveri amanti; lì c’era un vecchietto che scaricava nella fognatura della strada un secchio di acqua melmosa; entrava in casa (la porta se l’era portata via il fiume), lentamente scendeva col secchio vuoto una scaletta che portava in cantina, lentamente risaliva col secchio pieno; lo versava nella strada, poi riscendeva e poi risaliva. «Speriamo che il buon Dio ci aiuti» gli disse Bargellini dopo averlo visto scendere e risalire parecchie volte. E il vecchietto: «E se ‘un ci aiuta, vuol dire che faremo da soli».

Fortunata Cherici Gargani, via dei Macci 48

È andata via la luce e allora ho dovuto smettere di preparare le pizze e i bomboloni. Frattanto mio marito portava la merce pronta ai clienti. La luce d’un tratto è ritornata, poi è andata via di nuovo. Io approfittavo di questo va e vieni per continuare a cuocere. E mio marito continuava a portare bomboloni.

Gemma Palloni, aita moda

Mi sono affacciata alla finestra alle otto e mezza: Le automobili stavano scomparendo sotto l’acqua. Un’ora dopo per la strada c’erano i cavalloni. Sono uscita di casa e sono salita al pianerottolo del primo piano con un guanciale e una seggiola. Ci sono stata due ore, poi, visto che non veniva nessuno, sono andata a bussare a una porta e ho detto: ” Aiutiamoci “.

Diario di un’alluvione: Firenze 1966 – Ottavio de Manzini

…sono di servizio e gli Ufficiali che rientrano dal Circolo parlano di gravi danni causati dal maltempo un po’ in tutta Italia. In effetti piove da troppe ore.

Verso sera le notizie si fanno più allarmanti, anche il Piave in più punti ha rotto gli argini; i miei genitori abitano da quelle parti, ma non riesco a telefonare.

È stata sospesa la libera uscita. L’organizzazione dei primi soccorsi è stata affidata al Cap. Santonicola, mi presento a lui e chiedo di essere impiegato. Dapprima non sembra possibile, poi mi trovano qualcosa da fare: andrò a portare letti in Friuli per gli alluvionati.

È buio ormai, alla porta centrale della caserma mi compilano il foglio di viaggio, poi usciamo coi camion e andiamo a ritirare materassi e coperte ai magazzini della CRI di Verona. A mezzanotte il carico è completato, abbiamo il permesso di usare l’autostrada per Padova. Usciamo a Mestre, dove il traffico è scarso ma è difficile comunque attraversare il centro senza disperdere l’autocolonna. Sulla Mestre-Treviso invece c’è un viavai di automobili e camion, alla luce dei fari vedo la campagna in buona parte coperta d’acqua. Al Ponte della Priula l’acqua del Piave lambisce le spallette del ponte e riempie le arcate. Sono le quattro, facciamo una sosta in un bar e chiediamo informazioni a due agenti della Stradale distrutti dalla fatica. Riesco a telefonare a casa e mi tranquillizzano. A Conegliano la strada è intasata da mezzi militari, lasciamo la statale e proseguiamo per Torviscosa, che è la nostra meta; i camion posteggiano in Piazza, di fronte alle scuole dove scaricheremo i letti. Vado a piedi fino alla caserma dei Carabinieri per le pratiche di consegna: il Brigadiere ha stivali alti di gomma ed è stanco perché` è stato in giro tutta la notte, mi riaccompagna in paese con la sua 850 e prende in consegna il materiale. Ripartiamo a pomeriggio inoltrato, dopo aver mangiato alla caserma dei Lancieri di Novara, a Codroipo. È una caserma moderna, pulitissima, con piccole camerate confortevoli e ben attrezzate: la Cavalleria, noto, conserva la tradizionale raffinatezza. Qui i sergenti allievi ufficiali sono ammessi al circolo ufficiali, c’è un’atmosfera elegante, stampe alle pareti e abbastanza cordialità anche per noi di Fanteria.

Il ritorno è particolarmente difficile: il traffico è ancora aumentato, a Mestre si sbaglia più volte percorso alla ricerca del casello autostradale. A sera tarda siamo in autostrada verso Verona, il conduttore del camion su cui mi trovo tende ad assopissi ed è difficile tenere aperti i miei occhi ed anche i suoi. Sono già quasi quaranta ore che non si dorme. Arrivati in caserma si corre a letto dopo aver fatto rapporto. Poche ore di sonno e ci sveglia l’allarme, col suo suono insistente e molesto; preparo la roba: pistola, zainetto con corredo per pulizia e un cambio di biancheria, mimetica, anfibi ed elmetto. I reparti si portano dietro cucine da campo, materassini, scorte. Mia madre mi raggiunge per telefono: ha sentito alla radio che il 67^, il mio reggimento, parte per Firenze. C’è in tutti una sensazione difficile da definire e che per me è un misto d’orgoglio, di attesa, di eccitazione.

Dopo una lunga sosta a bordo dei camion finalmente si parte. Si passa Mantova per prendere l’autostrada verso Firenze: nei paesi che attraversiamo la gente guarda stupita l’interminabile colonna di centinaia di mezzi. Agli incroci vi sono “campagnole” con lunghe antenne e ufficiali superiori che controllano il movimento. Sull’autostrada, chiusa al traffico civile, le luci posteriori rosse dei nostri camion si snodano quasi all’infinito e mi danno una sensazione di efficienza. Si fa una sosta in autostrada, ed è strano vederla così deserta e silenziosa, chiusa e buia. A sera arriviamo alla caserma dei “Lupi di Toscana”, a Scandicci, e ci accantoniamo in alcune camerate vuote, vicino alle cucine. Il mio gruppo di lavoro viene impiegato immediatamente per un turno di dodici ore in città.

Entriamo da Piazzale Michelangiolo, la città dall’alto appare buia, quasi invisibile, rischiarata solo dal riflesso di alcune fotoelettriche dell’Aeronautica che dal Piazzale sfiorano con la loro luce i tetti delle case.

Per arrivare in centro dobbiamo attraversare vie intasate di traffico e di fango. Gli automobilisti sembrano impazziti, si formano ingorghi e tutti suonano i clacson a distesa; ad un incrocio devo scendere e bloccare il traffico per far passare la colonna.

Freddo, fango e luci di fari.

Il centro storico è chiuso al traffico e ai privati, per accederai passiamo un posto di blocco di Carabinieri. Oltre le transenne inizia una città morta, buia. Molte finestre sono spalancate e scure, portoni e negozi sono aperti o sfondati, per le strade nessuno, solo qualche ombra ogni tanto alla luce di una torcia.

Tutti ci rendiamo conto che stiamo vivendo in un’atmosfera orribile, da cataclisma.

Raggiungiamo Corso Tintori, che ci è stato assegnato, e non possiamo far altro che cominciare coi badili a riempire di mota i camion con cui siamo arrivati, e scaricarli in Arno. Numerose carogne di gatti e altri animali confermano il pericolo di epidemie del quale abbiamo già sentito parlare. C’è un forte odore di marcio e di nafta, sprofondiamo fino al ginocchio e lavoriamo con le gambe a mollo (gli stivali di gomma arriveranno dopo molti giorni). Le vie sono pattugliate dai Carabinieri per timore di sciacalli che potrebbero approfittare delle case e dei negozi aperti o sfondati. Per proseguire il nostro lavoro dobbiamo spostare le automobili che la piena ha abbandonato nelle posizioni più strane. In un attimo di sosta vorrei salire le scale della Biblioteca Nazionale per vedere al lume della torcia i disegni di Leonardo che sono esposti in mostra, vedo una luce brillare alle finestre e penso che possa trattarsi di ladri; appena vedo un vigile urbano glielo dico, ma mi tranquillizza dicendo che la mostra è sorvegliata dalla Polizia. Notiamo che all’interno di un grande portone spalancato c’è una 128, temendo di dover scoprire qualche vittima, saliamo una scalinata di marmo ridotta a uno scivolo di fango e ci affacciamo a un appartamento abbandonato in fretta: giocattoli e piatti sporchi ancora sul tavolo, ma la gente è riuscita a fuggire. Chiudiamo alla meglio e proseguiamo.

Un fante che si era allontanato ritorna con mezza bottiglia di whisky presa chissà dove, ci sentiamo un po’ sciacalli ma beviamo ugualmente per vincere freddo e fatica.

7 novembre

Al mattino si torna in caserma e ci si ristora con cioccolata e pane. Si può riposare un po’, ma al pomeriggio si ritorna a lavorare in città.

I fanti del 78^ non partecipano ai soccorsi e fanno addestramento nel cortile. Mi colpisce il loro grido e il loro motto latino: conosco, essendo veneto-giuliano, le gesta dei “Lupi” nella grande guerra e il monumento che le ricorda, alle pendici del Monte Hermada. Purtroppo si “fraternizza” poco. Noi, essendo “accantonati”, dormiamo vestiti sui materassini di gomma stesi a terra e il fango ci si asciuga addosso nel sonno. Io dormo con la pistola e il cinturone, che non mi fido di lasciare in giro…

8 novembre

Si lavora ancora in centro. Piazza S. Croce è piena di fango, che, presso al sagrato, arriva alla vita. Dappertutto automobili capovolte o coricate sul fianco. Dante, dal centro della Piazza guarda corrucciato lo sfacelo che lo circonda.

10 novembre

Sono passati alcuni giorni e molti fiorentini sono ritornati alle loro case, manca però l’acqua e il cibo, in Piazza S. Croce la gente si affolla attorno a un autobus che distribuisce viveri per conto del Comune. I nostri fanti che, come pranzo, buttano giù un panino dopo essersi disinfettati le mani con uno strano liquido distribuito dalla Sanità, stanno a guardare, vorrebbero accettare qualcosa che la gente offre loro, ma la dignità è più forate, e ringraziano.

Si sgombera dal materiale una “Pia casa” per giovanette orfane, tristezza di letti sfatti e di ricordi, gioiellini, coroncine di rosario, lettere e tante piccole cose di vite sconosciute che vengono ammucchiate e buttate via assieme ai materassi marciti e al mobilio distrutto.

12 novembre

Si lavora a S. Frediano, uno dei quartieri più colpiti. Il lavoro è difficile perché sulle vie che dobbiamo sgomberare cominciano e continuano ad ammassarsi le cose che l’acqua ha danneggiato all’interno delle case. L’unica soluzione è ancora l’Arno, così abbattiamo una porzione di ringhiera del ponte S. Nicolò per scaricare più facilmente.

Si ferma a salutarmi un collega del corso AUC, Eugenio Rucellai, che è nei paracadutisti, sua madre mi invita a colazione “a palazzo” ma non ci andrò, così sporco e troppo stanco. Mangiamo un po’ meglio del solito alla mensa di un commissariato di Polizia.

14-15 novembre

Lavoriamo qualche isolato più a ovest; cominciamo a vedere qualche ruspa: una è ferma perché l’addetto non ha istruzioni, prendo l’iniziativa e gliele do io. Ripulisce in un’ ora la strada per cui il mio gruppo coi badili avrebbe impiegato una giornata, così mi sposto al settore assegnato per l’indomani. La gente di questo rione, che si è rimessa in po’, ci offre panini e vino; ora possiamo anche accettare e il Chianti robusto è come un’iniezione di energia.

Con l’attenuarsi della sensazione iniziale di tragedia si ricomincia a guardare le donne, abbiamo vent’anni e le fiorentine so-no belle…

In via Maggio qualcuno ha scaricato in strada una quantità di mangime per cincillà avariato, che manda un fetore insopportabile. Trovo per terra una grande carta topografica con segni rossi e blu tracciati a matita: li riconosco come simboli di carattere militare, la porto al comandante di compagnia, che è il tenente Pellegrino Modugno. Guardando insieme la carta riconosciamo che si riferisce a operazioni militari della seconda guerra mondiale nella zona di Firenze.

17 novembre

Le giornate ora sono serene e ogni mattina, quando facciamo il giro per Piazzale Michelangelo arrivando in città, mi colpisce -ogni cosa colpisce di più con questa spossatezza che affina la sensibilità- la nuvola dorata del mosaico sulla facciata di S. Miniato al Monte, che risplende al sole. Ogni giorno, col ricordo recente degli studi di liceo, mi sembra di capire meglio quanto sia esatta, umana, conclusa la cupola del Brunelleschi.

18 novembre

Per due giorni un lavoro poco faticoso: dobbiamo sgomberare le piante della collezione statale di agrumi (quante cose s’imparano!) dalla serra del Giardino de’ Boboli, che sarà destinata al restauro delle opere d’arte danneggiate. Siamo quindi a Palazzo Pitti. Nel vicino Rondò di Bacco, dove di solito si fanno le sfilate di moda, c’è un centro per la distribuzione di medicinali. Quando posso vi faccio una capatina, anche perché vi lavora una Marta bionda alla quale ho donato, senza seguiti ahimè, un limone caduto da uno degli alberi della collezione, visto che non c’erano melegrane…

Il Giardino è bello, deserto e misterioso, sembrano assumere dignità e bellezza di persone vive le statue che ad ogni passo fanno capolino di tra le siepi di bosso, intorno al lago leggermente nebbioso…

20 novembre

Lavoriamo sulla riva destra, vicino al Ponte Vecchio, per ripulire il Circolo Canottieri che si apre al di sotto della balaustra che conclude il portico degli Uffizi. A un certo punto cominciano a piovere dall’alto bottigliette vuote. I maleducati sono alcuni bersaglieri della Divisione Centauro. Il loro sottotenente risponde con un gesto volgare alle mie rimostranze, salgo, parlo col suo superiore e dopo dieci minuti i bersaglieri campeggiano altrove.

Accanto alla riva è ormeggiata un’imbarcazione dei Vigili del Fuoco dalla quale un sommozzatore si tuffa per cercare nell’acqua gelida una cassaforte che la piena ha strappato da un negozio del Ponte. Quando emerge ha la faccia gonfia e viola dal freddo e si rifocilla con lunghi sorsi di Vecchia Romagna.

22 novembre

Sono “comandato”, con due camion, a disposizione del Medico provinciale. Giriamo per i negozi della periferia a sequestrare generi alimentari avariati o in dubbio d’avaria; ai negozianti vengono rilasciate ricevute per il futuro indennizzo, i camion si riempiono di scatolame, confezioni di dolci tipici, biscotti; portiamo il tutto fuori città, vicino a un cimitero, dove ci so-no anche carcasse di bovini e di cavalli. I bulldozer scavano grandi buche nelle quali scarichiamo la “merce”; il tutto viene incendiato con napalm e poi ricoperto di terra, le scatolette di latta scoppiano come piccole bombe. In verità qualche scatola che appare meglio conservata delle altre sfugge alla sua sorte per merito della nostra incoscienza e della fame, e così ci riempiamo di panforte e sottaceti; alcuni fanti, che vengono dall’Aspromonte o dalla Sila gustano, forse per l’unica volta, caviale e salmone affumicato. Lo stato d’animo particolare, il “festino ” allegro e stanco, tra la puzza di bruciato e il fetore degli animali morti mi richiamano le feste tragiche durante le varie pesti “letterarie”, da Manzoni a Lucrezio, Tucidide, Boccaccio, Camus.

Il tempo è ormai volto definitivamente al bello ma fa freddo. Il buon fante addetto al camion magazzino, che non abbandona mai, tiene la mia borraccia sempre piena di Enocordial, il brandy militare prodotto proprio qui a Firenze, attinto a una damigiana da 30 litri. Abbiamo ormai gli stivali di gomma, un tuta da combattimento nuova, ma quello che proprio non va è l’odore che abbiamo addosso, dovuto sì al fango, ma anche alla mancanza di biancheria e calze pulite (eravamo partiti con un cambio!). Una mattina il comandante del battaglione mi rimprovera per i miei stivali sporchi. I suoi sono immacolati…

24 novembre

Lavoriamo al quartiere Bellariva. Le strade sono oramai pulite, ma bisogna liberare cantine e interrati. I soldati sono ormai troppo stanchi, ma lavorano ancora, anche se il pungolo dell’emergenza si sente meno. Sento un ufficiale del Genio che parla della necessità di una “rete Sommerfield” per riuscire a tirar fuori le macchine da un garage sotterraneo il cui accesso è impedito dalla pendenza scivolosa della rampa. Pochi minuti dopo il mio comandante mi ripropone il problema, sfacciatamente ripeto, anche se non so cosa significhi, la magica parola appena sentita che gli evoca lontani ricordi d’Accademia anche se non si spiega la mia straordinaria competenza in tema di materiali del Genio!

Passano spesso le “campagnole” dei comandanti: il Col. Coniglio, il Gen. Viligiardi. Quest’Ultimo si è fermato più volte a interpellarmi facendomi apparire del tutto ingiustificato il terrore della sua presenza che affligge alcuni dei miei superiori.

25 novembre

Ho il mio primo pomeriggio libero: sporco, in tuta, pistola e scarponi vado in centro. Ammiro compiaciuto l’opera cui ho contribuito, la città è ben diversa da quell’oscuro grumo di fango che ho visto arrivando qui all’inizio del mese. Entro in un lussuoso caffè di Piazza della Repubblica, con poltrone in velluto rosso e cameriere in papillon. Nessuno mostra di notare quanto io puzzi e quanto sia in disordine la mia uniforme , anzi sembrano guardarmi con compiacimento, o forse sembra così a me perché sono contento, una volta tanto, di me stesso. Prendo con gran piacere una cioccolata con panna, trecento lire.

4 dicembre

Si lascia Bellariva e Firenze per l’ultima volta. Andiamo verso i camion, inquadrati, al passo, come in una parata.

Portiamo badili e non fucili, siamo sporchi e non tirati a lucido come nelle sfilate, ma la gente alle finestre e in strada ci applaude e grida “bravi”. Sono fieri di noi

  • 5 dicembre
  • Si torna a Verona in treno.

All’arrivo picchetto e onori. Tra dieci giorni la licenza in attesa di nomina.

Ho perso dieci chili.

Ottavio de Manzini

Nota:

L’autore del diario, attualmente insegnante in un Istituto tecnico di Mirano (Venezia), all’epoca dei fatti narrati era Sergente allievo ufficiale al 67^ Reggimento Fanteria di stanza a Montorio (Verona) ed aveva vent’anni. Le “ingenuità” letterarie e l’istintività dello stile e delle emozioni espresse nel testo sono pertanto da ascrivere all’età. In seguito, oltre a perdere dieci chili, è stato ricompensato per l’opera compiuta dalla propria soddisfazione, da un encomio scritto, da un attestato di benemerenza, dalla medaglia per l’intervento in pubbliche calamità e… da una broncopolmonite per la quale gli sono state riconosciute le cause di servizio. A venticinque anni dai fatti si è deciso a trascrivere le presenti pagine solo per ricordare e far ricordare, senza ambizioni giornalistiche o letterarie.

O d M